Struttura della Chiesa di Santa Maria Maddalena – ex Chiesa dei Frati

Sebbene l’architettura riveli in realtà un impianto compositivo attardato su schemi ancora medievali e un lessico arcaicizzante, la storiografia ha ravvisato, nelle strutture primo cinquecentesche di Santa Maria Maddalena un possibile impianto di origine romanica.

La chiesa in origine vantava 3 navate, internamente scandita da 4 ampie campate. Le navate minori erano coperte da volte a crociera, mentre la navata principale aveva un tetto a capriate.

La facciata si ispira a una struttura di impianto romanico: la struttura tripartita con facciata

a salienti, quest’ultima coronata da archetti pensili e da una cornice a dente di sega.1

Arcaicizzanti sono pure i capitelli delle bifore del campanile ispirati a stilemi tardoromantici.

Una prima modifica alla struttura si ha nel 1648 quando si provvide all’ampliamento del coro coperto da volta a botte che assumerà l’attuale forma oblunga.

All’allungamento del presbiterio si riferisce la sua decorazione con affreschi votivi mariani (Madonna e Cristo morto e Madonna con Bambino), e due episodi relativi alla vita di San Giovanni da Capestrano, riferibili uno all’assedio di Belgrado, l’altro alla guida di una crociata contro i Turchi.

Al prolungamento dell’abside vi è l’aggiunta nel 1653 sul fianco settentrionale della cappella dedicata a Sant’antonio rimarcata da una volta a botte lunettata del Muttoni (fortunatamente sopravvissuta perchè destinata nell’‘800 ad abitazione del custode del cimitero).

Si decise di fare un grosso restauro e di riaprire la chiesa, vista la devozione dei fedeli a Sant’Antonio.

L’ingegner civile Giuseppe Erbesato nel  restauro del 1825 (successivamente al crollo delle navate laterali) ridusse la chiesa a navata unica e la rivestì da una travata ritmica di chiara matrice neoclassica.

L’officiatura del culto continuò fino a metà dell’‘800, dopo di che l’edificio venne utilizzato per le funzioni più svariate: per ricoverarvi i sospetti di malattie contagiose, o truppe di passaggio.

Il trasferimento delle pale d’altare era già cominciato subito dopo la soppressione del convento: i quadri della Via Crucis del Cignaroli erano stati venduti alla chiesa di Mazzagatta (oggi Mazzantica), alcune pale vennero acquistate da privati, altre portate in parrocchia, mentre altre 5 tele confluirono nella raccolta della Civica Pinacoteca di Verona.

Tra queste segnaliamo le opere di Francesco Caroto:

–          “Cristo nel sepolcro coi Santi Bernardino, Francesco Antonio e Chiara”

–          “Madonna col Bambino e i Santi Giuseppe e Maddalena”

–          “Lavanda dei piedi”

La “Pala Fogazza” di Paolo Farinati del 1592 presenta “La Madonna col Bambino tra San Francesco, un vescovo, San Leonardo e San Giuseppe con i committenti Gerolamo e Domenica Fogazza”.

Di Pietro Bernardi invece è la pala raffigurante la “Sacra famiglia con i Santi Gioacchino ed Anna”.

A conferire tuttavia un peso rilevante alla fastosità dell’insieme concorrevano sicuramente le decorazioni parietali. E in primis lo splendido fregio sommitale caratterizzato da motivi a girali animato da putti di segno mantegnesco e cadenzato da busti di santi francescani entro riquadri.

Per la straordinaria brillantezza cromatica e il nitido disegno rinascimentale per i quali si è ipotizzata una attribuzione al Morone.

Nel 1936 la realizzazione di un nuovo e monumentale accesso al cimitero impose l’abbattimento dell’ala destra della facciata sconvolgendone così l’originaria simmetria.

Nel 1986 l’Amministrazione Comunale riprese in considerazione la struttura e dopo un lungo restauro si arrivò all’inaugurazione nel 2001.

Bibliografia

Isola della Scala. Territorio e società rurale nella media pianura veronese, a cura di B. Chiappa, Comune di Isola della Scala, settembre 2002.