LE MOSTRE
La ceramica
La produzione ceramica ha origini antichissime.
I primi esempi noti risalgono all’età mesolitica (circa 10.000 anni fa), e da allora gli oggetti prodotti con la cottura di argilla hanno rivestito sempre un ruolo rilevante nella vita quotidiana degli uomini del passato. Anfore e vasi costituivano i recipienti per eccellenza per contenere e conservare cibi, acqua, bevande, liquidi vari, medicamenti, sementi eccetera. La loro destinazione fondamentalmente pratica non ha impedito che i vasi divenissero anche momento di esercitazione estetica, e, per questa loro potenzialità, sono rimasti come testimonianza di civiltà e arte al pari di altre espressioni artistiche quali statue, templi, dipinti, mosaici, e così via.
La produzione ceramica dell’antica Grecia, ha raggiunto vertici di perfezione unici. Diverse sono state le fasi e gli stili, nonché le tecniche utilizzate. Le forme dei vasi erano diverse e prendevano nomi differenti. La loro diversità era dettata soprattutto dalla funzione che i recipienti erano chiamati a svolgere.
Numerosi di questi splendidi oggetti fanno bella mostra nelle nostre vetrine, grazie al generoso intervento del Comune di Verona, Assessorato alla Cultura, e alla sapiente “regia” della dottoressa Margherita Bolla (Dirigente Archeologia del Comune di Verona).
Di seguito riportiamo i nomi di alcuni dei principali vasi oggetto della mostra:
alabastron - vaso per profumi, di forma cilindrica allungata, con base arrotondata
oinochoe - vaso per versare, a forma di brocchetta con spalla distinta sul corpo.
kotyle (skyphos) - vaso per bere, con due anse orizzontali.
aryballos - piccolo vaso adatto a diversi usi.
kantharos - vaso per bere, su alto piede con due grandi anse verticali.
kylix - vaso per bere largo e basso, su alto piede, con due anse orizzontali.
Iacopo Verità
Iacopo Verità, membro di una famiglia già affermatasi a metà Trecento con il notaio Bartolomeo, funzionario degli Scaligeri, nacque il 17 marzo 1744 da Pier Maria e Vittoria Marogna. Cominciò a collezionare oggetti di antichità dopo la morte del padre (1775). Nel 1780 succedette al Maffei come soprintendente del museo lapidario con il compito affidatogli dalla Reggenza di acquistare quei pezzi che avesse giudicato interessanti. Non cessava nel contempo di arricchire la propria raccolta non solo acquistando – come riferisce G. Battista da Persico – le collezioni «degli egregi numismatici generale G. Battista Verità, dottor Leonardo Targa e di altri» ma anche facendo «scavare in più luoghi, principalmente nella penisola di Sirmione».
E’ documentato anche un suo viaggio a Roma nel 1791 per cercare monete.
Era sua intenzione pubblicare un’edizione a stampa della propria raccolta numismatica e a tale scopo avviò contatti con l’incisore fiorentino Giacomo Bernardi, ma il progetto non ebbe esito. E’ rimasto il catalogo delle monete che dovevano essere incise ad illustrazione dell’opera.
Alla sua morte (1827), che segnò anche l’estinzione del casato, l’abate Venturi fu incaricato di redigere l’inventario della collezione che risultò di 11.944 monete ed altri oggetti.
Nel 1839 Antonio Wram, per la ditta Promber di Vienna offrì 24.000 lire austriache per l’acquisto della raccolta, aumentate di altre 1800 lire quando nel palazzo Verità-Montanari furono ritrovate altre 2094 monete, ma il Municipio di Verona, fortunatamente allora retto dallo studioso Giovanni Orti Manara, seppur tra difficoltà economiche e con il parere contrario della Delegazione Provinciale, esercitò il diritto di prelazione. Tutto quindi fu ufficialmente consegnato al Comune il 28 febbraio 1842.
Il museo Verità, sistemato in un primo momento nel palazzo della Gran Guardia, passò poi in palazzo Canossa e quindi nel 1857 nel museo cittadino allestito presso il palazzo Pompei.
Fonte: G.P. Marchini, Antiquari e collezioni archeologiche dell’Ottocento veronese, Verona 1972
Carlo Alessandri
Nacque a Verona l’11 gennaio 1809 da famiglia borghese con solide basi economiche e dimostrò un precoce interesse per le arti figurative e per l’antichità, ravvivato anche dalla frequentazione della scuola di Gaetano Pinali; interesse che assunse anche significati politici e patriottici.
Nel 1838, assieme all’architetto Carlo Montanari - il futuro martire di Belfiore - intraprese un lungo viaggio attraverso l’Italia e la Sicilia col proposito di studiarne i monumenti più illustri.
Nel 1841 divenne socio dell’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona e qualche anno dopo direttore dell’Accademia Cignaroli.
Nel 1866 fece parte della nuova municipalità di Verona italiana e fu nominato membro della «Commissione conservatrice dei monumenti, arti belle e antichità» istituita presso la Prefettura. Diede così inizio ad una attiva opera di tutela del patrimonio artistico della città, durata fino alla morte.
Nel 1871 assieme a Pietro Martinati e Antonio Bertoldi assunse la direzione del Museo cittadino che proprio durante la sua reggenza effettuò acquisti importanti come la raccolta Lazise-Gazzola ed il tesoretto di Isola Rizza.
Le cariche ricoperte che lo mettevano a contatto con commercianti e collezionisti favorirono l’incremento della raccolta privata che egli andava effettuando e che morendo nel 1894 lasciò al fratello Alessandro, il fondatore dell’omonimo ospedale per bambini.
Costui dispose con testamento che l’intera sua eredità andasse a detto ospedale tranne la biblioteca, destinata alla Società letteraria, e la collezione di antichità, lasciata al Museo cittadino.
Detta collezione, ispirata al massimo eclettismo, comprendeva marmi provenienti in prevalenza dagli scavi fatti nella zona Duomo nel 1890, molti vasi (alcuni falsi) di ceramica italiota, numerosi bronzi, per lo più di imitazione, e oggetti in vetro.
Interessante anche la serie di armi dei secoli XV-XVII confluite nell’’armeria’ del museo di Castelvecchio.
Fonte: G.P. Marchini, Antiquari e collezioni archeologiche dell’Ottocento veronese, Verona 1972
Bernardino Biondelli
Nato a Volon di Zevio il 14 marzo 1804, dopo aver insegnato matematica, storia e geografia nelle scuole di Verona e di altre città del Veneto, si trasferisce a Milano nel 1839, collaborando al Politecnico e ad altre pubblicazioni con saggi di linguistica; quelli fino al 1845 sono raccolti negli Studi linguistici; negli anni successivi si interessa di indoeuropeistica e dialettologia.
Nel 1849 entra, in merito alle sue competenze, nel Gabinetto Numismatico braidense, restandone conservatore fino al 1883; nel 1869 pubblica La Zecca di Milano.
Si occupa di archeologia (materia di cui è nominato professore all'Accademia scientifico-letteraria di Milano dal 1859 al 1884), e di linguistica delle culture precolombiane d'America, le cui ricerche pubblica tra 1858 e 1869.
Muore a Milano l'11 luglio 1886, dove è ricordato con una lapide infissa sulla facciata della chiesa di S. Marco, in via Fatebenefratelli, presso Brera.
Fonte: A. Chiamenti, Zevio, Verona 1956 e T. De Mauro, BIONDELLI, Bernardino, in Dizionario biografico degli Italiani, 10, Roma 1968.)